di Massimo Papitto
Ho i ricordi di un bambino di 9 anni quando penso a Diego Armando Maradona. Lo ricordo quasi a fine carriera, stanco e provato già fisicamente al mondiale di Usa 94 quando con la sua Argentina tentava l’ennesimo assalto al titolo mondiale.
Lo ricordo uscire dal campo accompagnato a braccetto da una infermiera dell’antidoping mentre metteva probabilmente, anzi quasi sicuramente fine, ad una carriera sportiva di altissimo livello tra Argentinos Juniors, Boca Juniors, Barcellona e Napoli. Ho ricordi di quel Maradona lì, e mi basta questo. E’ stato comunque un privilegio averlo potuto vedere in uno scampolo di quel mondiale durante quel gol alla Grecia dove “El Dies” urlava al mondo attraverso una telecamera tutto il suo malessere.
Diego Armando Maradona è stato per tutta la sua carriera così, si è vissuto tutto al massimo e io sono dell’idea che se non avesse fatto così non sarebbe stato probabilmente il più forte calciatore di tutti i tempi. Il personaggio fuori dal campo è andato di pari passo con il giocatore immenso che è stato dentro il campo.
Ha unito e diviso, è stato idolatrato e detestato. Ha spaccato intere generazioni di pensiero come soltanto chi lascia una traccia indelebile può fare.
Per Buenos Aires e tutta l’Argentina è stato il personaggio più importante della nazione. Gli ha regalato un titolo mondiale quello del 1986 passato alla storia del calcio per “La mano de Dios” e per il gol più bello del secolo segnato ai rivali inglesi. Barcellona lo ha trattato come uno dei tanti, forse perchè lì Diego non si è mai sentito amato. Napoli invece lo ha accolto da Re e Re è diventato. E’ stato, è, e continuerà ad essere il Re di Napoli. Non c’è angolo, vicolo, piazza, via, che non ricordi Maradona. Murales, foto, magliette, lumini accesi, citazioni scritte sui muri, statuite, Diego è Napoli. Nei suoi pregi e nei suoi difetti. Nei suoi eccessi e nella sua grande generosità. Ha incarnato tutto della città. E’ stato il riscatto di un popolo intero contro le vessazioni sportive del Nord.
Ha ridato a Napoli il sole dopo anni di malinconia. Genio incontrastato. Dio vivente. A parte Roma con Totti, io credo che in nessuna parte del mondo ci sia stata così grande identificazione con un personaggio sportivo. E’ stato venerato, vessato e usato perchè quando sei all’apice tutti ti circondano di affetto che alla riprova dei fatti poi si è rivelato essere falso. E’ stato logorato da chi se ne è approfittato. La sua immensa generosità è stata anche la sua rovina ma ha reso possibile l’impossibile per tante generazioni di ragazzini. Napoli in quei meravigliosi anni ’80 ha vinto due scudetti e svariate coppe grazie a lui. Ha fatto grande una squadra piccola. Aveva carisma e personalità una dote sconosciuta ad altri della sua epoca e delle epoche a seguire.
Ha vissuto e sbagliato ma ha pagato tutto sulla sua pelle. Pensava di essere immortale. Tutti noi in fondo lo pensavamo. Invece l’abbiamo scoperto fragile e umano. Umano però fino in fondo non lo è mai stato. Basta andare a vedere i filmati dell’epoca che ritraggono in video un calciatore immenso.
“Na na nanana … life is life”.
Ciao Diego. Il più grande di tutti.