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La bella e triste vicenda di “Maria” e Gino Mazzone tra Alatri e Roma

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Vi vogliamo raccontare una storia narrata da un signore residente a Roma, che qualche anno fa visitò per puro caso la Città di Alatri. Una storia sicuramente triste per la protagonista, ma che deve far riflettere la gente soprattutto in questo brutto periodo legato alla pandemia. Per le persone che compaiono in questa storia abbiamo usato alcuni nomi veri e alcuni inventati per la privacy. Il racconto è del signor Gino Mazzone e riguarda la Città di Alatri.

Un anno fa il signor Gino Mazzone, guida turistica di Roma, su consiglio del consuocero Achille Castellano, ex calciatore dell’Alatri degli anni 70, decise di organizzare una visita guidata alla città ernica per i familiari di alcuni dipendenti di varie ambasciate e consolati residenti a Roma. Qualche mese dopo il signor Mazzone, frugando in soffitta, rinvenne due cartoline di Alatri, e in questo contesto raffiorarono alcuni ricordi della sua fanciullezza.
<Ho conosciuto Alatri, nome così insolito per me da bambino – racconta il signor Mazzone –  poichè vi viveva il figlio della nostra amata bambinaia e domestica Maria Rossi (il nome è di fantasia).  Una donna piena di attenzioni e affetto, nonostante la sua leggera lentezza nel pensare. La nostra famiglia nel 1943 si trasferì da Siracusa a Roma, prima in una stanza in affitto e poi in un appartamento nel quartiere Flaminio. Papà aveva trovato un impiego nel campo marittimo e mamma, successivamente, iniziò ad insegnare l’inglese, prima di allora era stata maestrina a Malta. Eravamo felici di abitare a Roma perché ancora non si erano verificati i bombardamenti. Avevo 5 anni – continua la sua storia con emozione Gino Mazzone –  e il mio fratellino solo 3, ma ci affezionammo subito a Maria che venne a casa nostra su consiglio di una lontana zia. Ella badava a noi e ci permetteva anche delle libertà, con pazienza copriva le nostre marachelle, insomma era nostra complice. Purtroppo si faceva imbrogliare nell’uso della tessera di razionamento alimentare, ma cucinava cose buone che nemmeno nostra madre sapeva fare. Per esempio i “cardi al burro” un lusso per quegli anni! Dei pomeriggi addirittura ci portava a due diversi cinema: quello parrocchiale e quello al Flaminio, ora Teatro Olimpico, utilizzando i soldi del suo stipendio. Fu lei che ci acquistò le prime letture di Salgari che stimolarono la passione per l’Oriente e per i viaggi. Quei libri dopo tantissimi anni ancora li conservo con tenero ricordo filiale. Io e il mio fratellino eravamo troppo piccoli per comprendere la triste storia di Maria: non di bell’aspetto fisico e purtroppo con leggero ritardo cognitivo. Rina era stata violentata da un falegname romano e aveva lasciato Cortona dopo aver perso i genitori a causa dell’influenza “Spagnola”, quindi fu allevata da una nonna. Aveva peregrinato dapprima a Napoli e poi a Roma lavorando sempre e solo come domestica. E poi nacque il figlio, dal quale purtroppo fu costretta a separarsi, così permettendo a una balia di Alatri di allevarlo e avviarlo ad attività pastorale. Mamma e figlio – continua Mazzone – si incontravano molto raramente. Lui crebbe con la vergogna della dicitura “N.N.” sul suo documento. Lavorava in un contesto difficile e parlava poco. Quel figlio che chiamava Maria con il suo nome, il destino lo privò di una madre diciamo normale e lei non ebbe mai la gioia di ascoltare la parola “Mamma” da lui. Con gli anni i figli di Maria diventammo io e il mio fratellino, sotto gli occhi di mia madre, della sua severità, anche perché impegnata nell’insegnamento. Solo da adulto compresi il dramma di Maria e forse anche del figlio. Per Maria portammo sempre grande rispetto e la stessa cosa hanno fatto i miei figli qualche anno più tardi. Il figlio della nostra bambinaia riuscì a trovare lavoro grazie anche a mio padre finché non fu assunto come bigliettaio a Roma. Pochi incontri con la mamma, lui non voleva avere nulla a che fare con lei e a Maria questo dispiaceva non poco. Maria rimase a casa con noi fino a quando maturò la pensione e iniziò un lungo soggiorno in una casa di riposo a Trastevere, non lontano da casa nostra. Il figlio riuscì a rintracciare il padre naturale, che nel frattempo era diventato un ricco mobiliere, ma questi con l’inganno gli fece credere che Maria era una poco di buono. Cosa non vera assolutamente. L’amore che Maria nutriva per noi rappresentava una spina nel fianco per il figlio, una persona rude, forse anche buona, che forse in fondo soffriva anche per quella situazione. Noi in famiglia non riuscimmo ad avere un rapporto sereno con lui. Qualche anno dopo si sposò ma non volle che i figli incontrassero la nonna, che voleva aspettative e donare regali ai nipoti, cosa che non avvenne mai>.

Bruno Gatta e Patrizio Minnucci

foto di brugat: Gino in ginocchio con baffi e camicia celeste