Una personale, inserita in una collettiva di arte contemporanea presso il Gard Galleria Arte Roma Design. Un progetto artistico culturale curato da Sonia Mazzoli e Marina Zatta dal titolo “Non ci resta che piangere”. Superfluo specificare che l’iniziativa, sia pur toccando temi che riguardano specificatamente le condizioni del nostro Pianeta Terra e con esso le nostre sensazioni per il particolare momento che stiamo vivendo, è un omaggio all’ineguagliabile Massimo Troisi. Non ci resta che piangere o forse no. Se esistono ancora artisti capace di scuotere, provocare, sensibilizzare e tracciare una memoria di quello che è stato, di ciò che è è di quel che sarà. Perché Troisi? Perché solo Troisi aveva quella modalità sontuosa di leggere le cose della vita, belle e brutte. Ma era la sua ironia, sferzante, tagliente,che resta il suo più grande capolavoro. Un artista, Troisi era un artista, le sue pause magistrali. Un po’ come Napoli e Napoli come la nostra Terra: senza virtù mediane; o il lutto o il trionfo, o la caduta o il miracolo. O la morte o la vita. Così come le opere della Faustini, in arte Sabrì. Sabrina Faustini rende materica una visione cosmica dettata da elementi reali e di fantasia, che affondano le radici in un pensiero di sostenibilità e consapevolezza dello stato attuale ed evolutivo del nostro pianeta e si sviluppa attorno alla domanda: “L’attuale condizione fisica della Terra è dovuta all’estremo sfruttamento delle risorse del pianeta o ad una evoluzione causata dalla ciclicità del mutamento fisico del nostro mondo, com’è accaduto nelle ere più remote?”. Mossa da questo dilemma, l’artista crea opere che scandiscono un viaggio onirico, liberando appieno la propria capacità espressiva. Gli scenari possibili, che attraversano la linea temporale dal passato al presente sino al futuro, si moltiplicano, si sfiorano, sorretti da un instabile equilibrio. Si illuminano, riverberando la loro energia, alternandosi a ‘buchi neri’ per attraversare lo spazio temporale ed entrare in un mondo parallelo per scoprirne le peculiarità. Opere che si liberano dal controllo ideale e razionale dell’immagine in favore dell’espressività degli elementi e della terra nella sua sostanza friabile e grumosa. Nei colori e nelle increspature si percepisce la volontà di evocazione e provocazione simultaneamente. Dolore e conforto aleggiano nella stessa opera, si mischiano, sono in circolo, come fossero sensazioni respirabili. Un ossimoro continuo che avvolge con il suo movimento che a volte sembra quello di un essere stanco, come a dare la consapevolezza di dover continuare a sopportare quel ritmo perpetuo all’infinito. A volte frenetico ma non tanto nella sua dimensione naturalistica, bensì come metafora di condizioni psicologiche. Nell’ascoltare il tremendo suono della superficie su cui graffia la sua pittura, la testarda armonia che ne trae, Sabrì riscrive il reale cupo e leggero, la chiarità scura del futuro. Il più delle volte è un’atmosfera inquieta, che sfuma nelle tonalità della visione, con un senso della distanza immensurabile, atavica, ma forse anche indispensabile tra l’uomo e le cose della terra di cui tutti siamo responsabili. Dipingere per lei è respirare. Un respiro, però, a tratti inquieto, che agita le atmosfere come preludi di morte che sopravvivono dal di dentro e s’urtano con quelle che s’abbattono dal di fuori. Siamo noi i soli responsabili di quel dopo che l’artista presenta allo sguardo di chi sosta davanti ad una sua opera, e si interroga su quel senso di colpa, di abbandono del corpo fisico, magari per abitarne uno nuovo. Ma solo per chi ha fede. Un aldilà, forse una vita dopo. Chissà. La reincarnazione di qualcosa o del nulla. In ogni caso, solo nella consapevolezza della nostra, certa, colpevolezza. Sono tanti gli artisti che hanno trattato e trattano temi naturalistici, ambientalisti. Ma nelle opere di Sabrì c’è di più: lo stupore di mettere gli occhi dove prima era il buio.
Monia Lauroni